Cos’è davvero il “Pezzotto”? Facciamo chiarezza!

Di recente, la nota trasmissione di Italia 1 “Le Iene” ha trasmesso un servizio sul cosiddetto “pezzotto”, indagando sul legame che le Internet Protocol Television, meglio conosciute come “IPTV”, avrebbero con la criminalità organizzata alla quale assicurerebbero un giro di affari di oltre un miliardo di euro all’anno.

La notizia riportata dalla iena Alessandro Di Sarno, è rimbalzata da una testata giornalistica ad un’altra, facendo luce sul mondo delle IPTV e demonizzando, in maniera errata, il pezzotto, sul quale dobbiamo fare necessariamente chiarezza per capire cos’è ed a cosa serve.

In realtà, l’inchiesta del giornalista si è soffermata sul business illecito delle tv pirata che ha coinvolto un probabile venditore di dispositivi predisposti per accedere ai canali a pagamento a fronte di una somma minima da corrispondere per guardare i canali desiderati in streaming. Però, con l’inchiesta giornalistica e con la diffusione della notizia – se non si fanno opportune precisazioni in merito al pezzotto ed alla sua definizione – si rischia che molti utenti considerino o abbiano la percezione sbagliata del fatto che potenzialmente tutti i dispositivi elettronici che consentono il collegamento alle Internet Protocol Television siano illegali.

E questo, qualora passasse come tale, sarebbe un messaggio distorto della realtà e, quindi, in parte falso: infatti, è doveroso sottolineare che quello che “Le Iene” ed altre testate giornalistiche – cartacee o online che siano – hanno chiamato “pezzotto” fa riferimento unicamente al flusso streaming che attinge da fonti video che, però, sono coperte da copyright e che, chiaramente, potrebbero aprire una finestra sul mondo dell’illegalità.

Ma il “pezzotto” non si esaurisce in questo, anzi tutt’altro ed è dovere dare precise risposte in merito, come faremo a seguire.

Pezzotto, la precisazione sui dispositivi: sono legali e possono essere utilizzati

La precisazione, quindi, è in merito ai dispositivi elettronici che non possono essere di certo demonizzati, solo perché vengono anche – ma non solo ed esclusivamente – utilizzati per la fruizione del servizio illegale attraverso App dedicate ed i vari strumenti quali decoder, box Android, smartphone, PC, Smart TV e box Linux che, in ogni caso, è opportuno ricordare sono nati per rispondere a diverse esigenze e soddisfare bisogni vari in merito ai loro molteplici utilizzi. Questi strumenti sono necessari – forse addirittura indispensabili – e proprio per questo parlare di “pezzotto” in maniera generica e con riferimenti esclusivi all’illegalità significa rendere omissiva l’informazione.

Dovremmo soffermarci a pensare e fare un parallelismo: parlare di “pezzotto”, includendo nell’accezione negativa del termine anche il ricorso all’impiego di appositi dispositivi, sarebbe come considerare illegale un personal computer perché un malintenzionato e, più nello specifico, un hacker potrebbe entrare nei sistemi e rubare dei dati personali.

In tal senso, quanto detto significherebbe e determinerebbe l’inibizione di un diritto di altri utenti e la limitazione della loro sacrosanta libertà di accedere a servizi propriamente legali.

In realtà, è chiaro che non è un pc o uno smartphone ad essere illegale ma, piuttosto, illegale è un determinato comportamento contrario alla legge ma adottato dal singolo, le conseguenze del quale non possono essere determinate sul resto della comunità.

Quindi, bisogna fare grande attenzione: un decoder, un box o qualsiasi altro dispositivo elettronico al quale viene demandata una determinata funzione propriamente legale, non può essere mostrato come “pezzotto” in servizi, articoli o qualsiasi altro materiale informativo che condannano – (come tutti del resto) – forme di illegalità.

Ciò che però è accaduto anche nei video trasmessi dall’inchiesta realizzata dalle Iene è stato proprio questo: è stato definito “pezzotto” uno strumento assolutamente legale, senza specificare che illegale è il comportamento dell’utente che, per il raggiungimento di fini personali di vario tipo, utilizza strumenti legali per accedere e fruire di servizi non legali.

Infatti, è d’obbligo precisare che i dispositivi indicati sono nati con l’obiettivo preciso di rendere smart una TV che non lo è ma che, in realtà,  ciò ha preso una piega diversa rispetto alle intenzioni dichiarate: non è un caso, infatti, che proprio sulle Smart TV di ultima generazione basti installare una App qualsiasi per l’accesso alle Internet Protocol Television e collegarla ad un flusso pirata (e dunque non legale)  per poter fruire allo stesso modo del pezzotto, senza che vi sia nessun apparecchio collegato.

Tutto questo, chiaramente, impone una riflessione: le informazioni, in parte omissive in parte sbagliate e, in altra parte ancora fasulle, immesse nei vari circuiti della comunicazione mediatica e diffuse su ogni social perché condivise all’infinito, possono arrecare danni seri a chi lavora con questi dispositivi o si occupa della loro vendita e del loro impiego in modo totalmente rispettoso della legge. Il messaggio che passa (e che potenzialmente raggiunge un’infinità di persone) rischia di far credere che ogni dispositivo sia illegale e che, contestualmente e di conseguenza, chi ha a che fare con tali apparecchiature intese come strumenti a garanzia della fruibilità di un determinato servizio, svolga necessariamente un’attività illegale.

La reputazione di persone oneste potrebbe crollare in un solo attimo, distruggendone la loro immagine e, in un certo senso, anche diffamando gente onesta e seria, che opera con competenza e professionalità.

Inchiesta “Le Iene” sul “pezzotto” e IPTV illegali

Per fare un esempio concreto riportiamo una parte di contenuto apparsa su un noto giornale a seguito del servizio realizzato da Alessandro di Sarno per la trasmissione televisiva “Le Iene”:

«Più di un miliardo di euro all’anno: è questo il giro d’affari della tv pirata in Italia. L’inviato de “Le Iene” prosegue la sua inchiesta sul “pezzotto”, un dispositivo che permette di visionare molti canali a pagamento in cambio di un abbonamento low cost pirata, di appena 12 euro al mese”».

Cosa si potrebbe dedurre da questa frase? Chiaramente, che con “pezzotto” vengano comunemente indicati dispositivi illegali, quando in realtà solo il loro utilizzo improprio potrebbe riguardare eventuali comportamenti illeciti.

Addirittura, in merito all’argomento, la nota trasmissione, dopo aver rilevato informazioni, sia dagli installatori di questi strumenti sia da una figura da vertice che ha lanciato l’allarme di un business pericoloso legato alla camorra, ha chiamato in causa anche coloro che si occupano della vendita all’ingrosso di questi dispositivi, la maggior parte dei quali però lavora onestamente e non può subire danni d’immagine a causa di mele marce chiaramente da contrastare e che, comunque, sono presenti in ogni settore.

Il dispositivo di turno dunque diviene illegale quando se ne fa un utilizzo improprio, al contrario non si rischia assolutamente nulla qualora se ne faccia un utilizzo nel rispetto della legge.

Il “pezzotto” che ha creato scompiglio e indignazione è quello che fa riferimento a piattaforme illecite, pirata, ovvero a tutte quelle che consentirebbero di fruire di tv a pagamento come Dazn, Netflix o, ancora, Sky non corrispondendo un prezzo giusto per come stabilito dalle aziende stesse. Abbonamenti pirata, quindi, acquistati a prezzi stracciati: nessuno, però, ha scoperto nulla in quanto la notizia è anche abbastanza vecchia ed è databile in contemporanea alla nascita delle prime Pay TV che hanno determinato anche l’origine di mercati alternativi ed illegali, ma non legati ai dispositivi utilizzati.

“Pezzotto” e illegalità: Conclusioni

Pertanto, in conclusione, è dovere di informazione corretta e completa, ribadire che dispositivi come decoder, smartphone, PC, box Linux ed Android sono assolutamente legali e che chi lavora con tali device, rispettando le regole vigenti, non è – in alcun modo – un truffatore o una persona disonesta.

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1 Comment
  • roberto
    Pubblicato il 17:45h, 09 Dicembre Rispondi

    allora tutti gli italiani che possiedono uno smartphone, con nel menu’ una connessione wi-fi hotspot,sono tutti dei potenziali pirata, allora che facciamo,mettiamo in galera quanti milioni di italiani, purtoppo queste trasmissioni fatte per impaurire la gente, dovrebbero essere vietate dalla legge

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